Vangelo
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore.
Oggi, 14 settembre, la liturgia celebra l’esaltazione della santa croce, e ci propone da leggere un brano del vangelo di san Giovanni, nel quale Gesù afferma di essere venuto dal cielo in terra non per giudicare ma per salvare il mondo. Disse infatti a Nicodemo: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Notiamo queste ultime parole: “perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Esse significano che Gesù non salva nessuno se nessuno aderisce a lui. Lui però ci cerca, ci aspetta, ci abbraccia e fa festa se torniamo a Lui. Lui che è morto per noi sulla croce…
Oggi è la XXIV domenica del tempo ordinario, e il vangelo di Luca ci propone tre parabole ben note a tutti: della pecorella smarrita, delle dieci dramme e del così detto “figliuol prodigo”. Esse hanno lo stesso significato: la misericordia di Dio, mirabilmente significata dalla terza, poiché non riguarda né un animale né una cosa, ma un essere umano.
Tutti conosciamo la stupenda parabola del giovane che decise di lasciare la casa paterna e il padre e il fratello, per andarsene in un paese lontano, dove sperperò tutti i suoi averi e – per poter vivere – divenne custode di porci. Quando prese coscienza della sua miseria, decise di ritornare a casa e chiedere perdono al padre. Il padre non lo cacciò via, né lo rimproverò; anzi ne fu felicissimo; lo abbracciò e lo baciò; poi lo fece “vestire” – poiché era quasi nudo – del vestito “quello \migliore” (stolèn ten pròten), gli pose l’anello al dito e i calzari ai piedi, poiché era scalzo. Quindi ordinò ai servi di fare una grande festa con musica e canto (sumfonìas kai koròn).
Certamente Gesù, quando raccontò questa parabola e quella della pecorella smarrita volle dire agli uomini peccatori: “Non abbiate paura di tornare a Dio”. Intese dire: “Se vi sentite lontani da Dio, tornate a lui; se vi sentite traditori di Dio come quel giovane che tradì il padre andandosene in terre lontane, tornate ugualmente a lui; se vi sentite smarriti come la pecorella allontanatasi dal gregge, tornate al gregge, o meglio alla famiglia di Dio, perché Dio è buono!”. La parabola, infatti, non parla tanto del “figliuol prodigo”, quanto del “Padre misericordioso”.
Ma questa parabola risuona poco attuale oggi, e poco coinvolgente, perché suppone che vi siano degli uomini disposti a riconoscersi peccatori. Chi di noi oggi si sente un peccatore, un traditore, un figliuol prodigo o una pecorella smarrita? Per alcuni, la parabola suona persino offensiva perché, se c’è una cosa che abbiamo smarrita, questa è la coscienza del peccato! Perso il senso del peccato, abbiamo acquisito un esagerato senso della nostra dignità e rispettabilità davanti agli uomini.
Di conseguenza è difficile che noi prendiamo coscienza della nostra miseria morale! È difficile che noi chiediamo perdono a Dio.
Ecco perché tutti si accostano all’altare per la comunione ma ben pochi si confessano, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in America, dovunque… E quelli – poi – che mai vengono in chiesa, si credono più santi degli altri!
Ecco perché la parabola del figliuol prodigo non commuove nessuno. E quando sentiamo che Dio è felice per la conversione di un peccatore, pensiamo che i peccatori siano solo gli altri.
Neanche Gesù riuscì a convincere di peccato i suoi ascoltatori, e promise di inviare la Terza Persona della SS. Trinità per “convincere il mondo di peccato” (Gv 16, 7s). Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, per significare che tutti gli uomini sono peccatori. Disse che erano dei sepolcri imbiancati, cioè apparentemente onesti, ma pieni di peccati all’interno. Disse che sputavano il moscerino ma ingoiavano il cammello, per significare che si facevano scrupolo dei piccoli peccati ma nascondevano i grandi.
Anche noi sacerdoti esperimentiamo questo: dopo anni di assenza dalla vita ecclesiale, ci si confessa solo di aver detto qualche parolaccia!…
Per poter prendere coscienza della nostra miseria e alzarci e andare dal Padre per chiederGli perdono, è necessario anzitutto farci un sincero esame di coscienza.
Chiediamoci anzitutto se abbiamo messo Dio al primo posto. Gesù disse chiaramente: “chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me”. Chi ama il lavoro, la carriera, il denaro, il tempo libero, più di Dio, non è degno di Dio. E qui sorge il problema dei tanti che si auto dichiarano “cattolici non praticanti”. Nessuno può farsi una religione per conto proprio. “Non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21), fra cui la pratica dei sacramenti. “Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt, 10.33; Mc 8,38; Lc 9,26).
Chiediamoci anche se abbiamo amato adeguatamente tutti coloro che ci circondano, o se invece li abbiamo usati e sfruttati. Gesù disse: se chiamate scema una persona, sarete condannati; così se desiderate la donna d’altro o la roba d’altri; e così se non perdonate le offese ricevute.
Infine, chiediamoci se crediamo davvero che basti non uccidere e non rubare per essere un buon cristiano.
Fatto l’esame di coscienza, alziamoci e corriamo dal sacerdote. Dio può perdonare come e quando vuole, ma ha stabilito che ci perdona ordinariamente attraverso la confessione al suo ministro. Andare dal sacerdote è in parte come andare dal medico. Forse ci vergogniamo un poco, ma è l’unico modo per star bene in salute. Andare dal sacerdote è più che andare dal medico. Dopo gli attimi di pudore, il nostro cuore scoppia di gioia. Il nostro cuore partecipa di quella festa che si fa in cielo per un peccatore che si pente.
Dio gode più per un peccatore pentito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di perdono. Dio è amore! Egli dice che c’è più gioia nel dare che nel ricevere! Dio ci ha creati piccoli e miserabili e peccatori, proprio per avere la gioia di perdonarci, di arricchirci, di elevarci.
Non solo gioia, ma festa; festa non solo per Dio ma per tutto il cielo. Festa con musica, danze e un pranzo succulento. Festa con abiti nuovi e anelli d’oro e calzari eleganti.
Dio è come un bambino innocente che gioisce di tutte le piccole cose. La dracma è una piccola cosa. Ma noi non siamo piccole cose! Noi valiamo quanto il suo sangue!
L’immensa gioia del Padre nel ritrovare il figlio non può non farci riflettere sulla sua tristezza nel perderlo. Se, infatti, fu tanto felice nel riaverlo tra le braccia, è perché sentì lo spasimo della morte nel perderlo.
Dio soffre quando uno di noi pecca, mortalmente o venialmente. Dio soffre perché il peccato ci imbratta l’anima, ci rende come straccioni, come custodi di maiali. Anzi il peccato ci rende repellenti come i cadaveri. “Era morto ed è risuscitato”. Noi non ce ne accorgiamo, ma è così. Dio mostrò a un santo l’anima di un peccatore; il santo restò inorridito.
Dio soffre perché il peccato ci rende pezzenti, mendicanti di gioia. Santa Teresina mendicava l’amore delle consorelle, ma quando si accorse di possedere la grazia di Dio, cominciò a donare amore e gioia a tutti.
P. Fiorenzo Mastroianni




