Vangelo
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Parola del Signore.
Il vangelo di oggi riguarda due tematiche particolari: amare Dio al di sopra di tutti, e le esigenze del discepolato.
La tre grandi religioni monoteistiche – Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo. comandano di amare Dio con tutto il cuore, ma il Cristianesimo lo comanda in modo perentorio e non ammette eccezioni. Si può dire che il più grande miracolo della storia è la diffusione del cristianesimo, non ostante tale perentorietà, fino a diventare la più grande religione del mondo, con circa 2 miliardi e mezzo di fedeli. Tutte le religioni chiedono molto ai loro adepti, ma il cristianesimo è molto più rigoroso, anche se apparentemente ordina solo l’osservanza dei dieci comandamenti, assorbibili nell’unico precetto dell’amore. Ma secondo il vangelo di oggi è proprio l’amore che crea la più grande difficoltà per chi voglia essere cristiano autentico. Eccetto la religione cristiana, nessun’altra obbliga i suoi fedeli ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, e il prossimo come se stessi, fino a rinunziare alla propria vita. Certo, anche l’Ebraismo e l’Islam comandano la stessa cosa, ma non allo stesso modo del cristianesimo. Solo Gesù, infatti, ha affermato: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. La parola “odiare” non va presa alla lettera ma non va sottovalutata. Gesù usa un linguaggio molto forte per inculcare l’importanza dell’assunto, come quando comanda di preferire il taglio di membra del corpo al peccato, o quando dice che non è venuto a portare la pace ma la guerra e la divisione tra “figlio e padre, figlia a madre, nuora e suocera” (Mt 10, 34s). La parola odiare non va presa alla lettera, perché subito dopo Gesù parla di amore verso la famiglia, purché non superi quello verso Dio: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). Dunque, i familiari vanno amati e persino i propri nemici. L’impegno non deve essere quello di ridurre l’amore verso il prossimo, ma di aumentare l’amore verso Dio.
Per la maggior parte dei cristiani questi discorsi appaiono persino inauditi e strani; quanti cristiani sarebbero disposti a imitare Abramo quando Dio gli chiese di uccidere il figlio Isacco, o la madre dei Maccabei che incitava i giovani sette figli ad accettare il martirio anziché rinnegare Dio?
Benché possa sembrare strana la pretesa di Gesù, essa ci appare tuttavia persino ovvia e naturale se pensiamo un attimo alla scelta di uccidere nostra madre o farci uccidere noi, e ancor di più se una madre dovesse scegliere tra la propria vita e quella del figlio.
Dio è infinitamente più degno di amore di qualunque essere umano!
Ma pensiamo soprattutto alla scelta già fatta dal Figlio di Dio: pur essendo Dio, si fece uomo e diede la vita per esseri meschini come noi. E noi ci rifiuteremmo di dare la vita per lui? Il motivo per il quale le parole di Gesù ci sembrano inaudite e strane è perché noi siamo incapaci di privarci persino di un caffè; ci siamo creati una vita troppo comoda, mentre Gesù, anche nel vangelo di oggi, ci dice: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. E inoltre ci dice: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Queste ultime parole ci portano direttamente al secondo punto del vangelo di oggi. Esse non sono rimaste inascoltate nei duemila anni di storia cristiana: gli apostoli, i primi cristiani, gli anacoreti del deserto, i monaci, i martiri, tutti rinunziarono ai loro beni, alla famiglia, ed anche alla vita per amore di colui che la diede per loro.
Quasi tutti i cristiani sono tali da bambini, e non furono in grado – prima di ricevere il battesimo – di chiedersi se sarebbero stati di capaci di essere veri cristiani secondo l’ideale di Gesù Cristo. Ma Gesù fu molto severo su questo punto, giungendo a dire che è meglio non farsi battezzare se uno è certo di non poter osservare tutto il vangelo. Dice infatti Gesù: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?”. Ed anche: “quale re, partendo in guerra contro un altro re non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?”.
Viene quasi uno scoraggiamento! Ma tanti santi ci dicono: “Coraggio, ciò che non puoi fare con tue povere forze, potrai farlo con la grazia di Dio”.
Non dobbiamo scoraggiarci ma prendere molto sul serio gli impegni per diventare veri seguaci di Cristo.
Ma una rapida riflessione sul concetto di “discepolo” occorre farla. A chi si rivolse Gesù quando disse: “chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”? Tutti coloro che vogliono essere cristiani devono rinunziare a tutti i propri averi?
La risposta è sì se per “rinunziare” si intende affettivamente; no se si intende effettivamente. Per capirlo, basta ricordare l’episodio del giovane ricco, il quale chiese a Gesù: “Cosa devo fare per entrare nel regno dei cieli?”. Gesù rispose: “Serva mandata”, cioè osserva i dieci comandamenti. Non gli chiese di rinunziare a tutti i suoi beni per salvarsi, come non lo chiese ad altri che lo seguivano pur essendo ricchi, come la moglie dell’amministratore di Erode e Lazzaro. Gesù gli disse di rinunziare ai beni se accoglieva l’invito a mettersi al suo seguito come “discepolo”, cioè quasi come suo familiare.
Tre scelte rendono un uomo “perfetto”: a) osservanza dei comandamenti, b) rinunzia ai propri beni, c) mettersi alla sequela di Gesù, condividendo il suo stile di vita.
P. Fiorenzo Mastroianni




