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Un Padre che sacrifica il Figlio

«Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!»: sono le parole — accompagnate dai segni di una manifestazione gloriosa (il cambiamento d’aspetto, lo splendore delle vesti, la nube della Presenza divina) — con cui il Padre conferma in Gesù la rivelazione fatta al battesimo (cf Mc 1,11). Lo splendore della trasfigurazione lascia trasparire, dietro le umili sembianze della condizione umana, l’identità più profonda di Gesù e quello che egli sarà in modo definitivo quando il Padre lo assumerà nella gloria. Tuttavia dietro l’appellativo «prediletto» si nasconde il misterioso dramma del sacrificio e della croce. Il Figlio unico, la realtà più cara del Padre, l’unico oggetto del suo amore, non è garantito contro la sofferenza; deve anzi accoglierla perché si manifesti la sua risposta filiale e si realizzi il progetto di salvezza per tutti gli uomini.
La gloria finale, dunque, ha questa inquietante premessa; l’amore del Padre comporta questo terribile risvolto. Incomprensibile per gli apostoli che rifiutano la prospettiva dello scacco e del fallimento (sarebbe il naufragio delle loro speranze ed attese orientate al rinnovamento della situazione religioso-politica); come ugualmente incomprensibile appare per Abramo la richiesta divina di offrire in sacrificio il figlio unico, Isacco, il figlio della promessa (prima lettura). Abramo ha dovuto separarsi da tutto il suo passato (cf Gn 12,1), ma ora si tratta di rinunciare totalmente all’avvenire! È dunque questo il volto di Dio? È questo il senso della sua paternità?

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